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Un giudice - Fabrizio de Andrè

il nano del giudice di fabrizio de andre
Spiegare il significato del testo di una canzone di Fabrizio de Andrè mette sempre in soggezione, per l'altissimo livello dell'autore, ma, anche, perchè spesso le canzoni del genio genovese non c'è l'hanno. Una cosa è certa, non hanno mai una morale!
Con il brano "un giudice" l'autore, ancora una volta, scava dentro l'animo della gente, ne descrive i sentimenti più profondi e li colloca dentro la società. Vediamo di capire: intanto il nano in questione non è necessariamente un nano dal punto di vista della statura. È semplicemente una persona disgraziata, uno dei tanti disgraziati che da piccolo viene preso in giro e sbeffeggiato da tutti. Potrebbe essere anche un grassone, un brufoloso, un poveraccio malvestito o semplicemente un brutto o un balbuziente. Uno di quei poveretti che tutti abbiamo avuto come compagno di classe.
 Il soggetto in questione però converte la rabbia in forza, una forza che gli permette di studiare e di lavorare ininterrottamente, di giorno e di notte, per diventare qualcuno. Ed ecco che alla fine qualcuno diventa, e allora, usa il potere che gli è stato dato per una cieca vendetta verso tutta l'umanità. Gode nel vedere il "bellocci" che lo prendevano in giro chiamarlo "vostro onore", gode nel sapere di essere la persona più importante dopo Dio, gode nel mandare dal boia il disgraziato che gli è capitato tra le mani. Nessuna morale su questo testo. È talmente semplice e lineare che non lascia nemmeno spazio all'interpretazione. Ad istinto il cattivo di turno è il giudice, ma non potrebbero essere anche quelli che lo hanno portato a tanto odio?

Ora se mi guardo intorno di "nani giudici" ne vedo tanti. Vedo tante persone frustrate e vedo tante persone che occupano posti di potere che nel loro modo di fare hanno chiare manifestazioni di rabbia e odio verso tutto e verso tutti. Non voglio qui, e prego anche i lettori di non farlo, riferirmi a personaggi "popolari", che spesso abbiamo il dispiacere di vedere in televisione. Certo, a guardare il loro aspetto fisico, non viene difficile immaginare che prima di diventare importanti non fossero stati anche loro vittime delle burle e delle cattiverie altrui.

Commenti

  1. non hai capito la canzone, la storia non finisce con lui che gode a condannare ma con lui che, arrivata la sua ora, è costretto a fare i conti con dio.
    dovresti sistemarla questa spiegazione ....

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  2. Quoto, quoto pienamente Anonimo...è palese. E' tutto nelle parole finali: "...prima di genuflettermi nell'ora dell'addio, non conoscendo affatto la statura di Dio". C'è tutto, che si creda o meno in Dio. E a quanto mi risulta lui non credeva, ma aveva una forte spiritualità. Nonostante talvolta si sia dichiarato non credente, egli espresse spesso nei fatti una religiosità di tipo "panteistico", pur ammirando alcune figure religiose concrete. Affermò: "Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell’universo". E in occasione del concerto al Brancaccio a Roma, ultima sua apparizione prima di lasciarci, disse: "Io mi ritengo religioso e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché, secondo me, l'equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a ricercare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari dandogli i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia per cercarne altri".

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    1. Tutto questo è interessante, ma nella canzone il protagonista non è lui, ma questo giudice. Il "non conoscendo affatto la statura di Dio" a me sembra ironico. Un po come i mafiosi che baciano la statua della Madonna. Forse mi sbaglio comunque. Appena ho tempo aggiorno la spiegazione con la vostra interpretazione

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  3. Non so come fai a dire che le canzoni di de Andrè non hanno una morale. Ma l'hai mai ascoltati i testi, con attenzione? Ce l'hanno TUTTE. Persino "il gorilla", o "la ballata dell'amore cieco", che forse sono un po' grottesche, dietro hanno una morale.

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    1. Hanno un significato, ma non una morale. Se definisci de Andrè un moralista, è facile che si rivolti sulla tomba!!! Lui si limita a scavare nell'animo delle persone, la morale la lascia agli altri

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    2. La morale la si deduce dal suo scavare nell'animo, te la lascia trarre da solo ma non è che scrive canzoni "nosense". Non che faccia sproloqui sull'eticità delle persone ma lascia palesemente scaturire il significato, il perché delle azioni umane, la MORALE: l'insieme dei comportamenti guidati dai principi che ognuno dei suoi protagonisti ha.

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    3. Cioè ti prego dimmi una canzone UNA che non abbia significato, come dice l'autore di questo articolo.

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    4. È evidente che diamo un senso diverso alle parole "significato" e "morale". La morale è un insegnamento (non di carattere tecnico, ma etico). La morale è tipica dei racconti del vangelo o delle fiabe per bambini, dove a l'insegnamento è obbedire alla mamma o dare da bere agli assetati.
      De Andrè non lo fa mai, lui ci racconta delle storie. E queste storie hanno significato! Altrochè se ne hanno! La morale poi, ognuno se la trova se vuole. La morale di questa canzone? Potrebbe essere che dalle umiliazioni nasce la frustrazione e dalla frustrazione la vendetta, e quindi che non bisogna maltrattare i deboli e i diversi. Ma qui andiamo oltre le intenzioni del grande autore. Lui si limita a mostrare i percorsi mentali che hanno portato alla nascita del mostro (o di uno dei tanti mostri che popolano la società).
      Tornando alla tua ultima domanda sono d'accordo con te: tutte le canzoni di De Andrè hanno senso!!!

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Manca la parte finale, ossia che siamo tutti uguali di fronte la morte e Dio...anche il mitico Totò lo diceva

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